ANGELA

Angela lo aspettava trepidante anche quella sera. Gli aveva preparato una zuppa che dal colore verdognolo non sembrava del tutto appetitosa, ma d’altronde lei di cucina non ne aveva mai capito niente. Per tutto il pomeriggio aveva letto uno di quei testi che don Mario le aveva portato da Roma: La Teologia Morale. Quanto le piaceva leggere: da quando sua sorella le aveva lasciato l’appartamento per emigrare in Francia, Angela si era creata il suo angolino da lettura con poltrona e lampada abat-jour. Aveva sistemato persino una coperta di lana patchwork sulla seduta, così all’occasione, poteva coprirsi e scaldarsi mentre leggeva.

Quel pomeriggio, infatti, aveva letto con così tanta concentrazione e rilassamento, che perse di vista l’orario e si dimenticò di cucinare per Maurizio. Lui sarebbe arrivato dopo le otto, ed essendo ancora le sette e cinque, aveva tempo di andare dal lattaio e comprare qualcosa che arricchisse quella mediocre zuppa di piselli. Si guardò allo specchio per qualche istante: i capelli biondi corti erano troppo gonfi e spessi che a volte desiderava essere

 

calva per non doverseli sistemare. S’infilò il cappotto verde scuro e scese giù in strada. Da casa sua fino al negozio del lattaio c’erano più o meno dieci metri: Angela viveva in un piccolissimo paese della Calabria, dove tutti si conoscevano e dove si rischiava di molto spesso imbattersi in paesani impiccioni. Proprio per questo, dopo essere uscita dal portone, intravide la signora Mariuccia, vedova e arcigna che le abitava proprio lì accanto. La signora Mariuccia la guardò aspramente e Angela, con rispetto, la salutò. Quella rispose con un grugnito aspro e si rintanò nel suo portone malconcio in men che non si dica. Angela avrebbe avuto voglia di strangolarla quella strega, che non appena seppe la sua storia due anni prima, raccontò di lei a tutte le vecchiacce del paese. Il ricordo degli sguardi provenienti dalle signore, le ritornava in mente ogni volta che la vedeva e le provocava un nodo alla gola fortissimo.
Camminando sul marciapiede a testa bassa, dopo pochi passi arrivò dal lattaio: prese tre uova e un pezzo di formaggio. In fretta e furia tornò a casa, sempre a testa bassa, per evitare incontri indesiderati e umiliazioni gratuite. Infilata la chiave nella serratura del portone, una voce stridula e acuta la chiamò. Si girò di scatto e vide Lina. Lina era l’unica persona al mondo, che non l’avesse giudicata, era la sua unica amica, l’unica confidente e la sola persona in tutto il paese, che le stava sicuramente simpatica. Angela la baciò sulla guancia e la salutò frettolosamente, per poi salire in casa e togliersi le scarpe. Infine decise di scartare il formaggio e lo mise, tagliato in pezzi in un piatto con dei pomodori conditi con sale e olio. Preparò due bicchieri, il pane nel cestino, la caraffa dell’acqua e si mise sulla sua poltrona da lettura ad aspettare. Erano le otto e mezzo e lui non era ancora arrivato. Decise di aprire il libro e riprendere la lettura, ma mentre leggeva, la sua mente ritornava alla signora Mariuccia.

Quel giorno lei era fuori dalla porta della chiesa appena dopo la funzione di don Mario, che aveva fatto una bellissima predica sulla parabola dei talenti. Improvvisamente, uscendo dal portone della chiesa si fermò, dopo aver sentito una bisbiglio provenire dall’ala destra. Le erano balzate nelle orecchie le parole Angela e puttana. Il cuore le si fermò per un istante, si girò e vide la signora Mariuccia: era in piedi davanti alla penultima panca dell’ala destra, che confabulava con Bina, Antonietta e Giacomina. Angela si sistemò nascosta tra le ante del portone e ascoltò per bene: sentì proprio Mariuccia raccontare della relazione clandestina che lei intratteneva con Maurizio, il marito della povera Giuliana. Inoltre raccontava di come Maurizio, andasse spesso da Angela a fare delle cose vergognose e sconce. Ad Angela salì quel famoso nodo in gola che le fece deglutire dolorosamente, le lacrime le riempirono gli occhi grigi e iniziò ad ansimare. Per non farsi scoprire, si girò di scatto e uscì dalla chiesa quasi correndo. Tremava.

Il campanello suonò facendola sobbalzare dalla poltrona. Iniziò a tremare tutta in un misto tra gioia e paura, felicità e soggezione. Sentì i suoi passi su per le scale e già immaginava il suo bellissimo corpo muscoloso, il suo viso grande e le sue labbra disegnate. Non vedeva l’ora di poterlo riabbracciare, dopo una settimana. Aprì il portone e lo vide: Maurizio aveva la faccia stanca e fredda e i suoi occhi castani erano cupi. Angela lo abbracciò e baciò sulle guance e sulle labbra in un’esplosione di mille piccoli stampini d’amore. Maurizio le fermò le mani e la bloccò guardandola negli occhi: sorrise e abbandonandosi alla felicità si rasserenò. Si baciarono e lui la volle subito in camera da letto, senza neanche cenare. Dopo tutto l’amore e i baci e le carezze, stesi sul letto, si guardarono fissi per cinque minuti in silenzio. Lui le disse di aver trascorso una settimana infernale e di aver provato a parlare con Giuliana, sua moglie, ma che non era stato possibile per via dei bambini sempre in mezzo. Angela capì, come aveva capito tutte le volte da due anni, in cui Maurizio non riusciva a parlare a sua moglie di lei. Lo guardava fisso, guardava ogni piccolo poro di pelle che circondava il suo viso, quei piccoli peli intorno al mento che non aveva rasato bene, le rughe che gli circondavano gli occhi castani e il naso appuntito. Lo guardava e pensava che un giorno lontano, tutto sarebbe finito perché si, sua moglie lo avrebbe scoperto o lui si sarebbe stancato di lei o avrebbe dovuto traslocare. Pensava a mille minuscoli ma giganti problemi che potevano rovinare la loro storia d’amore clandestina. Rimasero lì, stesi per circa mezz’ora poi si alzarono per mangiare. Entrando in cucina lui vide il formaggio, e con aria sprezzante si sedette guardando il misero pasto. Angela si mortificò e iniziò a giustificarsi maldestramente per la zuppa uscita male. Mangiarono quasi in silenzio e dopo un’ora Maurizio disse che doveva tornare a casa dalla sua famiglia, per non destare sospetti. Angela pianse un po’, mentre puliva i piatti, e si rassegnò a lasciarlo andare. Le promise che si sarebbero rivisti la settimana seguente. Lei chiuse il portone alle sue spalle e guardò la sua casa vuota: il letto sfatto, la cena consumata, la sigaretta spenta nel bicchiere. Tutto intorno sapeva di cenere. Lasciò tutto in disordine e si preparò per la notte. Coricandosi ripensò a lui, a quanto lo amava e a quanto sopportava per poter godere di quelle due ore il martedì sera. Lui diceva alla moglie che aveva la partita di pallone per poter stare con lei. Sistemandosi la sottoveste sul corpo giovane Angela si infilò nel letto e chiuse gli occhi in attesa di un nuovo martedì.

Quarant’anni fa non sapeva cucinare nulla, ma ora sapeva persino preparare un ciambellone al cacao. Angela si stava preparando per la messa delle diciannove e non riusciva a trovare gli occhiali. Quella maledetta demenza senile le aveva fatto perdere la memoria. Dopo aver cercato in tutta la casa, li trovò sulla sua poltrona, sotto la coperta patchwork. Si guardò allo specchio e vide le sue palpebre cadenti e piene di rughe. Camminando per la strada si fermò a fare la ricarica del telefonino nel negozio proprio dove prima c’era il lattaio. Entrando in chiesa salutò le sue amiche e diede un bacio schioccante sulla guancia di Lina che la salutò col suo solito sorriso magnanimo. Dopo la funzione si misero a parlare di un funerale che sarebbe seguito e Angela disse di aver scoperto della morte del signor Fausto che abitava in cima allo sterrato di via Marecchia. Nessuna le credeva, forse perché aveva vissuto una vita da sola, senza un uomo, senza figli. O forse per la demenza senile. Lei se ne fregò, disse arrivederci a tutte e tornò a casa felice di iniziare il suo nuovo libro di teologia.

FEDERICA IUSO

 

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