Reportage da Londra: seconda puntata

OSTELLI E CASE ALL’INGLESE

In questa metropoli niente va a dormire. Nemmeno il supermarket arabo sotto casa.

Si, perchè ho finalmente trovato casa. Non ve lo avevo detto? Pardon. Ma prima di parlarvi della mia splendida cameretta vista giardino, voglio farvi innervosire raccontandovi il peggio del peggio.

Lasciata la fatiscente stanza del fantasmino Artur (vedi reportage precedente) che mi ha gentilmente liquidato con neanche una ricevuta, mi sono diretta verso l’ostello prenotato in caso di emergenza. Ho sempre odiato l’idea in sè di andare a dormire in un ostello: i letti ammassati, i bagni condivisi, e non avere un posto dove poter gustare la propria privacy per me era inconcepibile; ma per forza di cose (e di soldi) ho optato per il St. Christopher`s Inn, un delizioso hostel per ragazzi di ogni nazione. Sembra una pubblicità occulta. Tralasciando la sporcizia e l`aria da nerd, sfattoni, ubriaconi che c’era, quello che più mi preoccupava era come sempre il cibo. Non c’era la cucina!!! Ma come fa un’italiana a non avere la cucina????
E allora via con insalate, pasti pronti e tutto ciò che il mio stomaco pregava davvero di non ricevere. Forse da vecchia ne risentirò, chissà.
Ma quando arriva la notte la notte…cantava Arisa. Si, proprio così. Era arrivata così, la prima notte in ostello. La tanto temuta notte nella camerata di dieci letti. Si, dieci letti con dieci persone diverse. Ho ripetuto abbastanza il concetto?
Ecco, quando arrivava la notte per me, sentivo cose che voi umani nemmeno immaginate. Avete presente vostro padre quando russa che sembra un concerto? (scusa papà) Ecco, un concerto anzi una banda! Si sto parlando di donne! Donne che russavano forte! Energumeni dentro e fuori i polmoni.
Volevo andaremene e pensavo alla mia cara e amata comfort zone, al mio letto,  alla mia cagnolina Lilly, ai miei genitori, insomma avete capito no?
Fatto sta che ho passato tre notti che non dimenticherò mai.
Finalmente dopo giorni di vagare alla cieca, ho trovato un delizioso appartamento davvero mignon, che era pronto ad ospitarmi per i miei quattro mesi di placement. La padrona di casa è una ragazza dell’est, molto bizzarra e che porta la coda accrocchiata sulla cima della testa, proprio come nell’ Ottocento. Fidarmi? Non mi frega un piffero, voglio una stanza tutta mia!
Ho accettato subito, ho volteggiato verso il St. Christopher’s Inn e ho raccolto tutte le mie cose. Ho mandato a cagare quel posto (scusate la parolaccia) e dopo aver preso tutto mi sono diretta verso la mia nuova camera. Non potevo credere che dopo tanto penare, dopo gli strafalcioni con la nuova lingua, dopo persone imbecilli e donne che russavano avrei mai potuto avere una stanza tutta per me. Ero felice.
La mia prima notte lì è stata completamente diversa. La casa era silenziosa, la camera accogliente, il giardino romantico. Tutto procedeva bene, e il giorno dopo avrei iniziato la mia avventura lavorativa. Un attimo di relax, finalmente.
Prima di addormentarmi però, davanti alla grande finestra all’inglese, pensavo ai miei affetti. Pensavo che anche se erano in posti diversi, in stanze diverse, in orari diversi, loro guardavano comunque il mio stesso cielo. E grazie a questo stavo bene.

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